Ulisse e l’etica del viandante

I pensieri di uomo che cambiò l’occidente
di Umberto Galimberti
                                                                                      

                                                                                                 

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Ulisse, l’etica del viandante. Ma cosa c’è di etico in Ulisse, eroe della menzogna, dell’astuzia e dell’ininterrotto vagabondare? C’è molto, anzi forse l’unico spunto etico praticabile nel nostro tempo, ma per capirlo occorre riflettere profondamente su queste tre caratteristiche e conferire la dignità che ad esse spetta.

1.La menzogna. Mentire significa abitare la distanza che intercorre tra “apparenza” e “realtà”, e quindi uscire dall’ingenuità di quanti credono che le cose sono ciò che appaiono. Il cavallo che Ulisse porta dentro le mura di Troia appare come un’offerta agli dei, ma è una macchina da guerra. Dunque l’apparenza inganna, va oltrepassata. Da questo oltrepassamento è nata la filosofia che è sempre stata alimentata dal sospetto che le cose non sono come appaiono. (…) Ulisse aveva inaugurato quella doppia coscienza per cui è a un grado più alto di veridicità chi mente sapendo di mentire, perché disabita l’ingenuità per abitare la complessità dei due livelli: la realtà e la sua maschera. Tra questi livelli prende avvio quella complessità che non concede più verità assolute, ma solo probabilità plausibili. E’ questa la propensione del nostro tempo che si accompagna all’altra secondo la quale è bene che i rapporti di forza si convertano in competizioni di intelligenza. E l’intelligenza, ormai lo sappiamo, ha nella menzogna la sua prima radice. Mentre infatti la forza vince con lo scontro fisico, la menzogna vince sottraendo all’avversario le informazioni necessarie per orientare la sua condotta. Così fanno gli animali quando ad esempio si nascondono, così fanno gli uomini quando mentono, e per mentire si mettono nei panni dell’altro, interpretano rapidamente le sue attese, studiano i suoi comportamenti ed evitano nel contempo di far apparire troppo trasparenti i propri. (…) Congedarsi dalla forza per accedere all’intelligenza, attraverso l’esercizio della menzogna, è il passo che ha consentito all’uomo di distinguersi dall’animale. E celebrando la figura di Ulisse, Omero lo segnala.

2.L’astuzia. Sconcertati dal fatto che la menzogna possa essere il principio dell’intelligenza, abbiamo preferito, a proposito di Ulisse, rendere questa caratteristica con la parola “astuzia”, caricando questo termine di tutti i significati che un popolo di furbi può attribuirgli. Ma l’astuzia di Ulisse è in realtà la “phronesis” greca che non è “furbizia”, ma capacità di trovare di volta in volta il punto di equilibrio tra le forze contrarie; il suo tempo è il “tempo opportuno (kairos)”, la sua funzione è il rinvenimento del punto di debolezza tra le forze contrastanti, la sua forma è la prudenza necessaria per chi, trovandosi a decidere senza verità, anticipa l’evento senza certezza e produce operazioni che non si lasciano dedurre da principi immutabili. (…) Una sorta di “etica del viandante” che, non disponendo di mappe, affronta le difficoltà del percorso di volta in volta, a secondo di come esse si presentano e con i mezzi al momento a disposizione. L’etica del viandante è l’unica proponibile nell’età della tecnica, dove le scoperte che la scienza quotidianamente ci propone a ritmo accelerato dischiudendo problemi talmente imprevedibili che non è possibile trovare soluzioni che siano deducibili da principi etici immutabili, stabiliti in tempi che non potevano contemplare e ipotizzare simili possibilità. Penso alla fecondazione artificiale, alla clonazione, alla mutazione transgenica, alle cure genetiche di cui ogni giorno, sia pure molto inadeguatamente, siamo più o meno tutti informati. Qui occorre prendere decisioni, come Ulisse tra Scilla e Cariddi, perché, come Ulisse, non disponiamo di mappe dove la rotta da percorrere è già tracciata. E per quanto drammatica possa essere la decisione, quando questa non è deducibile da principi generali, nulla può esonerarci dal prenderla, dopo che la scienza ha messo sul tavolo il problema e le sue possibili conseguenze. Certo, si può aprire una discussione nell’opinione pubblica, ma poi bisogna decidere utilizzando proprio quella “saggezza (in greco phronesis)” che era la prerogativa di Ulisse, e che Aristotele erge a principio regolativo della prassi, quando non disponiamo di una norma. Questo è il nostro limite e in questo limite dobbiamo muoverci. Del resto i progressi delle tecno-scienze ci hanno messo in quella tragica condizione per cui la nostra capacità di “fare” è enormemente superiore alla nostra capacità di “prevedere”, per cui, cancellando ogni meta e quindi ogni visualizzazione del mondo a partire da un senso ultimo, la tecnica non sta al gioco della stabilità e della definitività, e perciò libera il mondo come assoluta e continua novità, perché non c’è evento già iscritto in una trama di sensatezza che ne pregiudichi l’immotivato accadere. Rinunciando a dominare il tempo, iscrivendo in una rappresentazione di senso, l’etica del viandante, che ha rinunciato alla meta ultima, sa guardare in faccia all’indecifrabilità del destino, rifiutando quei cascami della speranza irradiati da un destino risolto in benevola provvidenza.
Non si legga quindi l’etica del viandante come anarchica erranza. Il nomadismo è la delusione dei forti che rifiuta il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. E’ la capacità di disertare le prospettive ultime che la tecnica ha reso indiscernibili, per abitare il mondo nella casualità della sua innocenza, non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto, a porgere il suo senso provvisorio e perituro.
Se siamo disposti a rinunciare alle nostre radicate convinzioni, quando il radicamento non ha altra profondità che non sia quella della vecchia abitudine, allora l’etica del viandante ci offre un modello di cultura che educa perché non immobilizza, perché non offre mai un terreno stabile e sicuro su cui edificare le nostre costruzioni, perché l’apertura che chiede sfiora l’abisso, dove non c’è nulla di rassicurante, ma dove è anche scongiurata l’illusione di poterci muovere nell’età della tecnica seguendo le mappe delle etiche antiche che non prevedevano né l’evento tecnico, né la qualità dei problemi che questo evento avrebbe posto.

3.Il nomadismo. Ma c’è un terzo motivo che ci induce a seguire il modello di Ulisse e la sua etica che abbiamo chiamato del “viandante”. Gli anni che stiamo vivendo, infatti, hanno visto lo sfaldarsi di un’ideologia e, con l’ideologia, di un dominio, innescando quel processo migratorio che confonderà i confini dei territori su cui si orientava la nostra geografia. Usi e costumi si contaminano e, se “etica” vuol dire “costume”, è possibile ipotizzare la fine delle nostre etiche, fondate sulle nozioni di proprietà, territorio e confine, a favore di un’etica che, dissolvendo recinti e certezze, va configurandosi come etica del viandante che non si appella al diritto, ma all’esperienza. Infatti, a differenza dell’uomo del territorio che ha la sua certezza nella proprietà, nel confine e nella legge, il viandante non può vivere senza elaborare la diversità dell’esperienza, cercando il centro non nel reticolato dei confini, ma in quei due poli che Kant indicava nel “cielo stellato” e nella “legge morale”, che per ogni viandante hanno sempre costituito gli estremi dell’arco in cui si esprime la sua vita in tensione. Senza meta e senza punti di partenza e di arrivo, che non siano, come per Ulisse, punti occasionali, il viandante, con la sua etica, può essere il punto di riferimento dell’umanità a venire, se appena la storia accelera i processi di recente avviati, che sono nel segno della “deterritorializzazione”.
Fine dell’uomo giuridico a cui la legge fornisce gli argini della sua intrinseca debolezza, e nascita dell’uomo sempre meno soggetto alle leggi del paese e sempre più costretto a fare appello ai valori che trascendono la garanzia del legalismo. Il prossimo, sempre meno specchio di me e sempre più “altro”, obbligherà tutti a fare i conti con la “differenza”, come un giorno, ormai lontano nel tempo, siamo stati costretti a farli con il territorio e la proprietà. Fine del legalismo e quindi dell’uomo come l’abbiamo conosciuto sotto il rivestimento della proprietà, del confine e della legge, e nascita dell’uomo più difficile da collocare, perché viandante inarrestabile (…) E con il cielo la terra, perché non è più terra di protezione e luogo di riparo. Tagliati gli ormeggi, l’orizzonte si dilata, il suo dilatarsi lo abolisce come l’orizzonte, come punto di riferimento, come incontro della terra con il suo cielo. Come scrive Nietzsche: “Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave. Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle. E non è tutto! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito. Oh quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nelle pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra. E non esiste più terra alcuna!”.
L’etica del viandante, che Ulisse per primo ha segnalato, avvia a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare. Ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e incompiuta memoria.

da La Repubblica, 30 maggio 2001
(per gentile concessione di Umberto Galimberti)

Ulisse e l’etica del viandanteultima modifica: 2009-01-27T18:25:00+01:00da castnick
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